LA QUESTIONE MERIDIONALE "EUROPEA" - Sud in Europa

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LA QUESTIONE MERIDIONALE "EUROPEA"

Archivio > Anno 2010 > Dicembre 2010
di Gianni PITTELLA (Vicepresidente vicario del Parlamento europeo)    
La “questione meridionale’’ non può che essere, come giustamente ri­cor­da spesso il Capo dello Stato, una grande questione nazionale che in­veste la competitività dell’intero si­ste­ma Paese. Il Sud è l’unico spazio dove l’Ita­­­­lia può crescere velocemente a ritmi superiori alla media europea e da dove potrebbe attingere le risorse per abbattere il suo gigantesco debito pubblico. Do­ve, del re­sto, le nostre piccole e medie im­pre­se del centro-nord, schiacciate dal­la crisi e dalla globalizzazione tra i bassi prezzi dei mercati emergenti e il dominio tecnologico e bancario della Germania sul­l’Est europeo, può guardare per avere un futuro se non al Mez­zo­gior­no e all’area mediterranea? Un cambio di prospettiva rivolto al Nord che richiede anche al vec­chio, stantio meri­dio­nalismo di lanciare un messaggio nuo­vo con un profilo prag­ma­tico e autenticamente riformista, non incline allo sterile rivendicazionismo.
è questo lo spirito che anima l’appello che insieme a un folto gruppo di intellettuali, imprenditori, manager, donne e gio­­­vani del Sud stiamo lanciando in questi giorni per promuovere in tutta Italia una nuova idea del Mezzogiorno. Il do­cumento ha già raccolto centinaia di adesioni su Internet in pochi giorni, sostenuto da alcune tra le principali personalità impegnate da anni sul tema e collegato ad un decalogo di azioni e proposte che vorremmo far vivere nel dibattito pubblico. “Su la testa!’’ è l’esortazione che stiamo lanciando non solo ai meridionali ma a tutto il Paese perché dobbiamo riappropriarci del destino della società e dell’economia in un’ottica di riscatto nazionale e non di gretti e infondati territorialismi. Quello che proponiamo è un nuovo patto tra gli italiani a 150 anni dall’Unità, per rilanciare le sorti di uno degli Stati più ricchi di risorse e di storia del pianeta, ma che si è avviato sul piano di un doloroso declino economico e sociale*.
Dobbiamo tornare a parlare di infrastrutture, portualità, politiche per l’attrazione di capitali, politica industriale, ri­qualificazione del capitale sociale. Dobbiamo dire basta ad usi impropri dei fondi Fas, ma anche stimolare le re­gioni Obiettivo Convergenza a progettare e spendere presto e bene le risorse comunitarie. Dobbiamo accettare la sfida del federalismo fiscale, e insistere perché esso – esaltando il principio di sussidiarietà – sia volto ad avvicinare i servizi ai cittadini, non a penalizzare questi ultimi in base alla propria residenza.
I mali del Mezzogiorno sono gli stessi che appesantiscono il resto del Paese, seppure con una gradazione negativa maggiore. Il Sud soffre, anzitutto, di uno strutturale deficit or­ga­nizzativo. Le opere pubbliche non sono quasi mai strategiche e sovra-regionali, così come le politiche di infrastrutturazione materiale e immateriale. Manca una strategia complessiva sul trasferimento tecnologico e sulla costruzione di solide filiere università-ricerca-credito-im­prese, non vi sono politiche integrate “di sistema” pubblico-privato per l’energia, mancano azioni di accompagnamento per gli spin-off universitari o per i progetti brevettabili, è assente il venture capital così come un’azione se­ria per l’attrazione di capitali esteri. Mancano banche d’af­­­fari, leggibili mappe delle facilities e delle agevolazioni. Manca assistenza d’eccellenza all’internazionalizzazione delle aziende. Offerta e domanda di lavoro non si incontrano in maniera strutturata e qualificata quasi mai, almeno in assenza di intermediazione politica impropria, e trovare un bravo e giovane europrogettista è opera ardua. Infine, qualcuno ha mai misurato quanta ricchezza e occupazione ruotano attorno ai grandi attrattori culturali, naturali o museali, di altri Paesi europei in confronto a quelle prodotte dai siti presenti sul nostro territorio?
Porre la “Questione meridionale” come un tema di prevalente insufficienza di risorse pubbliche destinate al Mez­zo­gior­no è fuorviante. Ma, a prescindere dal fatto che “i soldi non bastano mai”, si vuole aprire una discussione severa e argomentata sulla riqualificazione della spesa e dei servizi pubblici nel Mezzogiorno, sul confronto tra i costi della Pubblica Amministrazione e la sua effettiva efficienza e produttività da misurarsi sulla scorta di indicatori terzi ed internazionali delle performance.
Noi dobbiamo chiedere al Paese e al Mezzogiorno di fa­re meglio. E di tener comunque sempre presente che un si­­stema è competitivo se le risorse pubbliche aiutano e temperano gli effetti del mercato, senza sostituirsi ad esso. La buona organizzazione, l’efficienza, la trasparenza e la valorizzazione del capitale umano, le chiavi di volta per il decollo del Mezzogiorno, non hanno prezzo.
Per di più, il Sud costituisce un elemento di crescita non solo per l’Italia, ma per l’Europa. Colmare il divario che divide ancora il Mezzo­giorno d’Italia dagli standard e dal sentiero di crescita dell’Unione è un obiettivo fondamentale e ancor più scarsamente perseguito per il rilancio del processo di integrazione europea. La collocazione stra­tegica di un’area pienamente integrata nell’Ue al cen­tro del Me­di­ter­raneo è un’opportunità totalmente irrealizzata e non perseguita per la realizzazione di un ponte solido con i Paesi della sponda Sud e con i traffici provenienti dall’estremo e medio oriente verso i mercati europei.




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MEZZOGIORNO: SU LA TESTA!

Noi
cittadini del Mezzogiorno d’Europa
a centocinquant’anni dall’unità d’Italia diciamo:
Su la testa!
Chi spreca un centesimo di soldi pubblici
commette un crimine contro la sua comunità.
Chi tollera l’illegalità se ne fa complice.
Ai test etnici, alle gabbie salariali, al federalismo punitivo
e a tutto quanto con livore e miopia
sottrae diritti e risorse a chi vive nel Sud
si risponde con due azioni:
isolare chi alimenta il risentimento
verso il Mezzogiorno;
sostenere chi fa fino in fondo il proprio dovere
in un contesto difficile.
Non si risponde al razzismo con altro razzismo
alle barriere con nuovi separatismi.
Senza una politica per il Sud l’Italia cessa di esistere.
Il federalismo può essere un patto tra uguali
o un’arma per realizzare una secessione mascherata.
Un sano federalismo prevede premi e sanzioni;
ma la punizione deve colpire chi sbaglia
senza danneggiare chi frequenta una scuola
chi mette piede in un ospedale
chi lavora, fa impresa, versa le tasse.
Le sorti del Mezzogiorno sono nelle nostre mani:
sta a noi darci strumenti d’azione autorevoli e autonomi.
Sta a noi realizzare un futuro che veda protagonisti
i nostri giovani, i migliori talenti,
la comunità degli uomini e delle donne meridionali
Sta a noi costruire la nuova missione euromediterranea
necessaria all’Europa e all’intero Paese.
Su! Il tempo del lamento è finito.

i promotori:
Carlo Borgomeo (Presidente Fondazione per il Sud)
Adriano Giannola (Presidente Svimez)
Andrea Geremicca (Presidente Fondazione Mezzogiorno Europa)
Gianni Pittella (Vicepresidente vicario del Parlamento europeo)
Marco Esposito (Giornalista)
Alfonso Ruffo (Direttore “Il Denaro”)
 
 
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