FU VERA FESTA? - Sud in Europa

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FU VERA FESTA?

Archivio > Anno 2009 > Ottobre 2009
Il popolo irlandese, autorizzando la ratifica del Trattato di Lisbona, ha finalmente deciso di restituire al­l’Eu­­ropa una piccola parte di quanto questa, in più di tre decenni, gli aveva abbondantemente attribuito in termini di crescita economica e sociale. 
Ci si rallegra quindi per l’attesa e so­spirata riapertura del “ponte sul Canale di S. Giorgio”, ma c’è anche da chiedersi, parafrasando il grande don Lisander, se per l’ormai prossima entrata in vigore del Trattato “fu vera festa?”.
Infatti, la recente settima sessione elettorale del Parlamento europeo ha evidenziato uno dei momenti più difficili del processo di integrazione europea, fra di-sattenzioni, disaffezioni e rinascite di ma­leodoranti quanto decrepiti nazionalismi. È infatti indubitabile che il sogno europeo non affascina più e che le spinte idea­li promosse dai grandi statisti nel secondo dopoguerra si sono ampiamente esaurite. L’Unione appare ai più come un utile strumento di integrazione economica fra Stati indipendenti al quale pagare qualcosa nei termini del conferimento di poteri sovrani, peraltro solo “prestati” sul presupposto di conservarne ben stretta la titolarità. Significativa, in tal senso, è la formale previsione, nel nuovo Trattato, della possibilità di recesso e cioè di uscire dall’Unione recuperando ciascuno di quei poteri.
Un così basso “Europe appeal” nella sua drammatica pericolosità rivela la scarsissima levatura politica di molti governanti che, sulla contingente necessità di mantenere un facile consenso elet­torale, cavalcano sentimenti retrivi di vetero-nazionalismo se non di vero e proprio razzismo, classici rifugi istintivi in momenti di crisi economica e scarse risorse.
La miopia di un simile approccio è foriera di gravissime conseguenze in quanto rende ancora più debole la risposta alla oggettiva fine dell’egemonia mondiale del mondo occidentale, rispetto alla quale l’unica alternativa è l’innovazione a partire da quella istituzionale-politica. Ha quindi dell’incredibile la tendenza al gambero di un’Europa che si era invece mossa per tempo in quella direzione inventando l’unico modello possibile quale risposta efficace ai complessi problemi del terzo millennio e cioè l’integrazione sovranazionale, suscitando in tutto il globo interesse ed anche invidia per tale sua capacità. Ebbene, proprio ora che i nodi vengono progressivamente al pettine; proprio ora che diventa sempre più chiara la natura dei problemi sul tappeto (ambiente, povertà, malattie, risorse idriche ed energetiche, criminalità, terrorismo, …) la cui enormità rende impensabili risposte nazionali, riteniamo di ri­porre in qualche polveroso scaffale de­cenni di progettualità innovativa e rivoluzionaria per seguire interessi di piccola bottega (con tutto il rispetto per quelle, gloriose ed artigianali, del tempo che fu).
In realtà l’Europa, dopo l’ultimo innegabile successo dato dall’introduzione dell’euro con cui anche sul piano monetario ha cominciato ad esprimersi da protagonista sulla scena mondiale, si è come ripiegata su se stessa pur ampliando la propria composizione ma in parte forse anche per questo.
Sia la guerra irachena sia la crisi economica hanno fatto emergere la diversità dei contingenti interessi fra gli Stati membri senza che né una leadership autorevole né una comune visione strategica appaiano in grado di ridare corpo all’Unione.
Certo, non mancano responsabilità diffuse della attuale situazione. Le istituzioni europee si sono dimostrate inadeguate a governare gli enormi flussi di immigrati e di merci attivati da un assetto economico globale caratterizzato da poche regole e dall’accentuarsi della di­stribuzione ineguale della ricchezza. E proprio il “marchio di fabbrica” comunitario del mercato unico ne ha pagato le conseguenze attraverso una lettura dello stesso certo superficiale ed errata ma produttiva, in un contesto di recessione e disoccupazione, di paura e di istintive richieste di ritorno al protezionismo.
In particolare la Commissione ha per di più mostrato eccessiva accondiscendenza nei confronti di governi presuntuosi quanto inadeguati e non ha saputo efficacemente riformulare le ragioni della necessità di più Europa. Si è così involontariamente suscitata nei cittadini un’idea d’Europa senza afflati ed ideali ma progressivamente rivolta su se stessa nella a volte esasperata regolamentazione di profili puramente tecnici.
L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona merita pertanto una fe-sta, ma senza fuochi d’artificio. Di fronte alle numerose e positive novità introdotte, per quanto inferiori rispetto a quelle previste nel c.d. Trattato costituzionale di Roma, la riforma di Lisbona evita, tuttavia, al momento di sciogliere il vero nodo dell’attuale impasse del processo di integrazione quale è data dalla impossibilità per gli Stati membri di camminare tutti alla stessa velocità. Non è pensabile che, ricordando il referendum irlandese dello scorso anno, meno dell’1 per cento della popolazione dell’Unione possa bloccare un processo di riforma frutto di anni e di lavoro e di ampia partecipazione; così come è incredibile possa succedere che l’entrata in vigore del nuovo Trattato, nel momento in cui scriviamo, debba ancora dipendere dalla volontà (singola o singolare) di due capi di Stato (polacco e ceco) i quali ad oggi si rifiutano di ratificare quanto deciso dai rispettivi Parlamenti.
Resta quindi sempre più attuale il nodo dell’impossibilità che ogni passo avanti nell’integrazione debba fare i conti con il veto, probabile, di uno qualsiasi dei sempre più numerosi Stati membri. D’altro canto, l’ulteriore ampliamento ai Paesi balcanici è necessario proprio per tenere saldo il timone nella rotta sulla quale si è costruita la nuova Europa e cioè il perseguimento della pace e del rispetto dei diritti fondamentali. La garanzia che tali valori diventino stabile patrimonio di quei Paesi non può che essere data dalla loro progressiva adesione all’Unione; ma è impensabile, per varie e comprensibili ragioni, che essi possano essere già pronti a sposare soluzioni di carattere sovranazionale altrove maturate, e si spera non dissolte, in molti decenni. Eppure a tutti dovrebbe essere ben presente che, al momento di firma e ratifica, ogni Stato si è impegnato a quanto solennemente sancito nell’art. 1, 2° comma, del vigente Trattato dell’Unione europea e ribadito con la riforma di Lisbona: “Il presente trattato segna una nuova tappa nel processo di creazione di un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa…”. In altri termini, un Paese che chiede di entrare a far parte dell’Unione Europea non si limita ad accettare diritti ed obblighi previsti dal sistema ma “sposa un progetto”; e questo progetto è fondato sul progressivo superamento dei tradizionali confini nazionali per la costruzione di una identità europea fra popoli che – pur mantenendo proprie storie, tradizioni, culture – siano in grado di trovare in tali molteplici specificità forza e valori sui quali disegnare il futuro del continente. Un futuro che potrebbe essere tracciato, per esempio, a partire da Copenaghen in dicembre in occasione del vertice sull’ambiente e sulle energie alternative.
Ma per far ciò è necessario recuperare credibilità e sostegno al processo di integrazione rendendo i cittadini europei consapevoli che solo uniti possono salvaguardare il futuro proprio e delle generazioni future.
 
 
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