DECENNALE DELLA DICHIARAZIONE DI BARCELLONA. IL PARTENARIATO EURO-MEDITERRANEO: DIALOGO DI POPOLI E CULTURE. - Sud in Europa

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DECENNALE DELLA DICHIARAZIONE DI BARCELLONA. IL PARTENARIATO EURO-MEDITERRANEO: DIALOGO DI POPOLI E CULTURE.

Archivio > Anno 2005 > Dicembre 2005

di Lucrezia BALDUCCI    
In occasione del decennale della Conferenza ministeriale euro-mediterranea tenutasi a Barcellona il 27 e 28 novembre 1995, si è provato a trarre il bilancio dei risultati conseguiti dalla Dichiarazione finale, nel convegno svolto presso l’Ateneo barese il 18 novembre 2005.
Durante questi 10 anni sono state molteplici le conferenze ministeriali volte a sollecitare la buona riuscita del processo di Barcellona impostato nel 1995, tra le quali, in particolare una comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo del 2000, avente lo scopo di preparare la quarta riunione dei ministri degli Esteri euro-mediterranei per “imprimere un nuovo impulso al processo di Barcellona” (Marsiglia 2000). Gli ambiziosi obiettivi della Dichiarazione di Barcellona hanno incontrato diversi ostacoli, si spera prossimi alla soluzione in occasione della Conferenza che si terrà nella città di Barcellona il 27 e 28 novembre 2005.
Il dibattito sulle problematiche inerenti il “processo di Barcellona” è stato possibile grazie all’iniziativa promossa da Europe-Direct, l’antenna di informazione regionale gestita dall’Università degli studi di Bari, in partenariato con il Consiglio Regionale della Puglia, la Prefettura di Bari, l’AICCRE – Federazione Puglia e l’A.R.P.T.R.A.. Essenziale per la sua realizzazione è stato il patrocinio della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, dell’Ufficio per l’Italia del Parlamento Europeo, dell’Assessore al Mediterraneo della Regione Puglia e con il contributo del polo euro-mediterraneo “Jean Monnet”.
All’iniziativa, articolata in due sessioni, hanno partecipato autorevoli personalità del mondo politico istituzionale e culturale, che hanno dato un contributo importante al dibattito interdisciplinare.
La sessione mattutina, intitolata “politiche e strategie di sviluppo”, si è aperta con la presentazione del convegno effettuata dal Preside della Facoltà di Scienze Politiche nonché Presidente Regionale A.I.C.C.R.E., prof. Ennio Triggiani, il quale, dopo aver portato i suoi saluti, ha enfatizzato il ruolo del Mar Mediterraneo inteso come vero “protagonista storico” coinvolto per la prima volta nel processo di pace e di integrazione europea.
Il 2005 è, infatti, “l’anno del Mediterraneo” che verrà celebrato anche con la prossima Conferenza di Capi di Stato e di Governo dei 25 Stati dell’UE, dei 10 Stati già firmatari della Di-chiarazione, dei 3 Stati prossimi all’adesione (Romania, Bulgaria, Croazia) e delle istituzioni europee. Importante sarà la presenza delle rappresentanze sociali e civili per dare un impulso all’integrazione dei popoli essendo, questi ultimi, coloro che si avvantaggeranno delle politiche strategiche da mettere in atto. Un punto di notevole importanza sul quale il prof. Ennio Triggiani si è soffermato, è la questione del processo di esportazione della pace, preferibile a quello relativo all’imposizione di un modello rigido di democrazia. Tale questione rappresenta uno dei tre assi della Dichiarazione di Barcellona, la quale “mira a istituire un Partenariato globale euro-mediterraneo al fine di trasformare il Mediterraneo in uno spazio comune di pace, di stabilità e prosperità attraverso il rafforzamento del dialogo politico e sulla sicurezza, un Partenariato economico, finanziario, sociale, culturale ed umano”. L’obiettivo di pace abbraccia l’ambito economico, con l’auspicata realizzazione di una zona di libero scambio entro il 2010, e quello sociale, inteso a sviluppare le risorse umane e a favorire il dialogo tra culture. Secondo il prof. Triggiani, neutralizzare il rischio dell’isolamento di una tale fonte di risorse è la sfida che i Paesi dell’UE e di tutto il bacino del Mediterraneo, esteso oltre i confini geografici in senso stretto, devono portare avanti risolvendo i nodi dell’ integrazione. Si è prospettata la rivalutazione dell’altra sponda del Mediterraneo in un contesto di pace e scambio interculturale, evitando di concentrarsi solo sull’allargamento ad Est dell’UE.
Il convegno è proseguito con l’intervento delle autorità locali. Il Presidente della Provincia di Bari, Vincenzo Divella, ha posto l’accento sul ruolo indispensabile degli Enti Locali nella applicazione delle politiche e delle strategie di sviluppo alla base del Partenariato. Sono tre i punti fondamentali della loro azione: in primo luogo, il progetto della Provincia di creare opportunità di cooperazione allo sviluppo ai sensi della Legge n. 49 del 1987; in secondo luogo, l’istituzione del primo Comitato provinciale volto alla cooperazione internazionale, che opera so-prattutto nel periodo fieristico; infine, il rafforzamento della cooperazione transnazionale nei riguardi dei Paesi del Mediterraneo intesi come “periferia estera”, prestando particolare attenzione all’area balcanica. Accanto agli Enti Locali è necessaria la presenza di infrastrutture essenziali quali i corridoi di collegamento tra Paesi economicamente più sviluppati e i Paesi dell’area mediterranea. Il Presidente Divella ha concluso il suo intervento ricordando il forte contributo della Regione Puglia, della Provincia di Bari e dell’A.I.C.C.R.E. come associazione pilota.
Il Sindaco del Comune di Bari, Michele Emiliano, ha evidenziato l’interesse del Comune in ordine alla realizzazione di progetti atti a ravvicinare i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, non solo in ambito economico ma anche sotto forma di scambi interculturali.
Il dibattito è proseguito con l’intervento dell’on. Vincenzo Lavarra, membro del Parlamento europeo, introducendo la questione del ruolo dei Paesi emergenti nell’assetto economico europeo, che vede nuovi protagonisti, specie asiatici. La relazione dell’on. Lavarra non si è concentrata solo sull’aspetto economicistico e di interesse strategico del Mediterraneo, ma soprattutto su quello socio-culturale proponendo un’ottica sempre più rivolta ad una “cittadinanza euro-mediterranea”. In un approccio più ampio si considera necessaria la compatibilità tra democrazia e Islam sulla base del rispetto dei diritti umani ma anche dell’istruzione, nella prospettiva di un sempre crescente ruolo delle Università a favore dell’integrazione dei popoli. A questo proposito si è ricordato, più volte durante il convegno, l’impulso dato dalla Fondazione Euro-mediterranea per il dialogo interculturale “Anna Lindt” e del programma finanziario MEDA per l’attuazione del Partenariato.
L’azione della Regione in questa prospettiva permetterà la realizzazione della nuova Agenda 2007-2013 sui fondi strutturali, sopperendo alla diminuzione dei fondi dovuta all’allargamento, e all’approvazione, anche in seconda lettura, del bilancio dell’Unione. Le Regioni potrebbero riuscire a gestire autonomamente i rapporti con i Paesi del Mediterraneo sulla base del generale principio di condizionalità, destinando investimenti e aiuti nei Paesi democratici e di conseguenza in possesso del presupposto essenziale per lo sviluppo.
Il Vicedirettore dell’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, Paolo Meucci, ha presentato le iniziative europee nell’ambito sociale e dell’istruzione, tra cui il progetto Erasmus, facendo una critica al basso livello di partecipazione dei popoli al dialogo interculturale, a cui bisogna sopperire.
Il prof. Giovanni Cellamare, Direttore del Dipartimento di Diritto internazionale e dell’Unione europea della Facoltà di Scienze Politiche, ha ampliato l’ambito di discussione soffermandosi sulla base paritaria del Partenariato che vede la Dichiarazione di Barcellona come un accordo riprodotto su base regionale, ma i cui meccanismi sono tipici del diritto internazionale, ovvero senza un’autorità superiore. Il prof. Cellamare ha concluso il suo intervento affermando che alla base della realizzazione della pace dovrebbe esserci una nuova istituzione che dia impulso all’avvicinamento ai Paesi asiatici su un terreno di valori comuni, senza il vincolo dell’adesione.
Il prof. Luigi Ambrosi, della Comunità delle Università del Mediterraneo, ha esordito paragonando il Partenariato ad “un’alba che non ha visto il giorno” esprimendo il suo pessimismo riguardo ai risultati ottenuti. Il nocciolo duro della Dichiarazione resta la realizzazione di una zona di pace e prosperità nell’area mediterranea, che dovrebbe essere resa possibile anche grazie ai cambiamenti avvenuti nell’impostazione delle politiche di sviluppo che hanno superato il limite dell’assistenzialismo degli anni Sessanta, per fondarsi su principi di reciprocità e cooperazione tra gli Stati coinvolti. Il Partenariato è un progetto valido ma che “necessita di una sede di produzione di idee” specie nell’ambito delle componenti non comunitarie, valorizzando, perciò, il ruolo delle Università, i bisogni delle comunità locali e promuovendo i singoli per rendere possibile la cooperazione tra popoli a prescindere dalle istituzioni. Il prof. Ambrosi ha posto l’accento sull’opportunità di un impegno economico indirizzato in ambito culturale, di cui l’esempio eclatante è la realizzazione della “Fondazione Anna Lindt” fuorché la promozione di circoli interculturali e forum che permettano la coesione anche delle tre religioni presenti in Europea e nel bacino del Mediterraneo: cristianesimo, islamismo ed ebraismo.
Il prof. Luigi Di Comite, già Preside della Facoltà di Scienze Politiche, si è soffermato su tre aspetti particolari del rapporto tra Paesi del Mediterraneo: 1) la geopolitica, che considera i dintorni Sud (mondo arabo) e quelli Nord (Unione Europea) del Mediterraneo come zone diversificate nel “sentirsi mediterranei”. La Francia, ad esempio, si considera più continentale, così come Cipro è geograficamente asiatica, ma la sua parte Sud fa parte dell’Unione Europea; 2) il divario economico rende la cartina politica dell’Unione Europea e del Mediterraneo fortemente diversificata, evidenziando le due velocità presenti nello sviluppo dei Paesi in questione; 3) Stati come la Tunisia si sono oggi trasformati da Paesi di emigrazione in Paesi di immigrazione, fenomeno da non sottovalutare in quanto in futuro le migrazioni aumenteranno, ciò a ragione della notevole crescita demografica dei Paesi in via di sviluppo. Secondo il prof. Di Comite quando si parla di migrazione e integrazione degli stranieri bisogna considerare la connessione di questi due fenomeni non come mera assimilazione, ma come coesistenza di etnie ed amalgamazione di culture.
Il Presidente della Camera di Commercio Italo-Orientale di Bari, Silvio Panaro, ha ricordato le origini dell’idea di Partenariato risalenti all’epoca federiciana che ha visto la Puglia come protagonista, insieme al Mezzogiorno, del crocevia economico e culturale nel Mediterraneo.
Il prof. Gaetano Dammacco, della Facoltà di Giurisprudenza, partendo da una considerazione riguardo al Sud del Mediterraneo come “ferita al processo di integrazione”, ha evidenziato come in passato anche nel continente europeo gli effetti della caduta di muri, sia fisici, sia ideologici, hanno portato a modifiche profonde dell’assetto socio-politico. In questo ambito bisognerebbe puntare sul terzo asse del Partenariato per realizzare una strada comune verso la modernità, alla cui base c’è la ricostruzione giuridica e costituzionale dei Paesi a Sud ed in particolare di quelli arabi. I fattori chiave per instaurare un dialogo sono l’educazione ad esso, le buone pratiche e l’utilizzo efficace dei mass media. Come esempio di passo in avanti, il prof. Dammacco ha ricordato che negli scorsi giorni in Vaticano il Pontefice ha ricevuto per la prima volta un invito dal Presidente israeliano a visitare il proprio Paese. Il punto focale del convegno, ovvero “l’esportazione della pace”, è stato riproposto varie volte evidenziando che rappresenta l’obiettivo attuale in quanto la democrazia occidentale non è proponibile come unico modello di partecipazione della popolazione, cedendo il passo ad un unico modo di pensare alla pace.
Successivamente è stata data la parola all’assessore regionale al Mediterraneo Silvia Godelli, la quale, facendo un bilancio del processo di Barcellona, ha evidenziato la necessità di politiche e strategie esplicite e definite per evitare il rischio di velleità impraticabili. Riguardo agli obiettivi del settennale 2007-2013 di “Barcellona bis” e quindi degli interventi di prossimità, ci si troverà ad affrontare i problemi in un quadro non del tutto favorevole e caratterizzato dalla mancanza di fondi di derivazione europea e governativa. Il punto di partenza per un’ efficace cooperazione è la “costruzione di incubatori di sviluppo in loco”, così come è avvenuto grazie all’iniziativa dell’Istituto Agronomico Mediterraneo che ha operato in Egitto, dove la collaborazione di tecnici italiani ed egiziani ha dato importanti risultati nell’ambito dello sfruttamento delle risorse agricole ed idriche. Lo stesso vale per la questione dell’esportabilità della democrazia, realizzabile solo attraverso il rispetto delle realtà locali e il mero sostegno di competenze esterne, ma non imponibile utilizzando come modello unico la democrazia occidentale. Alla base di un simile passo avanti per la cooperazione è ne-cessario il dialogo tra culture e la “presunzione utopica che vede l’azione della Puglia come traino del progetto di riequilibrio dello sviluppo” .
La sessione pomeridiana concentrata sul “dialogo sociale e culturale” è stata aperta dal giornalista e Membro del Team Europe Pasquale Satalino, presentando due aspetti dell’ integrazione: da una parte, la crescita demografica e la conseguente migrazione, al quale il documento di Barcellona 2005 dovrà trovare attuazione pratica in ordine all’ integrazione Nord-Sud, tenendo presente il fallimento dei corridoi Sud-Sud; dall’altra, il ruolo del Mezzogiorno che sarà specifico e andrà al di là degli interessi di pochi.
La parola è poi passata al prof. Gianfranco Viesti, docente della Facoltà di Scienze Politiche, che ha descritto la situazione economica attuale che evidenzia la lentezza del Partenariato nel dare risultati, a causa dell’attenzione maggiore data all’Est europeo all’instabilità politica di molti Paesi e, non per ultimo, alla mancanza di interessi comuni da portare avanti. Il dato di fatto su cui fondare il Partenariato è che dall’integrazione guadagnano tutti e perciò gli aspetti che ne trarrebbero vantaggio sarebbero la pace e l’importazione dei cosiddetti “cervelli”, cioè figure professionali altamente qualificate. La realtà di un “meticciato” come motore del mondo, senza per questo perdere le varie identità, contribuirebbe a rendere il Partenariato “volano colossale per il Mediterraneo”. Senza sottovalutare quelle che erano economie in via di sviluppo, che attualmente devono essere considerate aree con economie intermedie competitive, i punti su cui fondare lo sviluppo sono rappresentati dagli investimenti, dalle tecnologie e dall’intensificazione dei trasporti, con la Puglia capofila nella rete commerciale via mare. Il prof. Viesti si è dimostrato ottimista rispetto all’ evoluzione del Partenariato, in quanto necessario nel lungo periodo.
Pasquale Satalino ha introdotto la relazione del prof. Vito Antonio Leuzzi, membro dell’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia contemporanea, con una citazione di V. Fiore “ogni impero meridionalista non può non essere europeista”, dalla quale il prof. Leuzzi ha colto l’occasione per ricordare la lezione di critica alla classe dirigente giolittiana data da Salvemini nel secolo scorso. Fenomeno ancora attuale, che presenta elementi rivelatesi ciclici nella storia italiana, è il deficit del Mezzogiorno e la necessità di una classe dirigente consapevole della necessità di un’integrazione Sud-Nord nel nostro Paese. In ordine al Partenariato, il fallimento di alcuni suoi aspetti, quali l’espansione dell’analfabetismo a causa delle immigrazioni e il calo di interesse sulla questione mediterranea, è evidente. Un elemento che ha frenato vari processi di sviluppo e di integrazione nella storia è stata la guerra, esaltando perciò la necessità di mettere in atto il primo asse della Dichiarazione: “uno spazio comune di pace”.
Successivamente è intervenuto il prof. Salvatore Distaso, già Presidente della Regione Puglia, il quale aveva partecipato allo svolgimento della Conferenza del 1995 che ha dato vita alla Dichiarazione di Barcellona. Il prof. Distaso ha manifestato una posizione critica in merito alla concreta attuazione degli obiettivi che erano prefissati nella Dichiarazione, in quanto in questi dieci anni si sono accentuate le distanze sia tra i vari Paesi che internamente ad essi. Forti divari riguardano gli ambiti dell’istruzione, dell’invecchiamento della popolazione europea e dell’elevata fecondità nei PVS, nonché la realtà che vede 1/5 della popolazione mondiale vivere con meno di un dollaro al giorno. Il ruolo che avrebbe dovuto avere la cooperazione, ovvero bloccare le migrazioni fornendo ai Paesi fattori endogeni e propulsivi per lo sviluppo, non è stato realizzato ribadendo ancora una volta “l’incapacità di trasformare il disagio in opportunità”, anche a causa del mancato dinamismo della classe dirigente e imprenditoriale, che solo in poche occasioni ha realizzato isolati progetti.
Sul dialogo culturale si è soffermato il prof. Giorgio Otranto, della Facoltà di Lettere, il quale ha criticato la possibilità di in-staurare una “cittadinanza euro-mediterranea” non essendo neanche ben compresa quella “europea”. Quest’ultima ha infatti ultimamente subito un fallimento con l’esito negativo dei referendum in Francia e Olanda riguardo all’adozione del Trattato che istituisce la Costituzione Europea. Le condizioni fondamentali per avere risultati in questo campo sono molteplici: la razionalità, la scienza, la filosofia, la tecnica, il diritto, l’arte e la religiosità. Il loro insieme porterà alla formazione di una “identità europea in divenire, pronta a rigenerarsi”, nell’ ambito “dell’interculturalità intesa come coesione e non solo come multiculturalità, cioè la mera presenza di più culture”. Lo straniero rappresenta un valore aggiunto, considerato “la finestra da cui guardare il mondo”. Questa è una lezione che risale a secoli fa, esemplificata da un dipinto del XV secolo che ritrae Cristo e Maometto in prossimità della tomba del Profeta Isaia che rappresenta la coesione originaria del cristianesimo, dell’islamismo e dell’ebraismo.
Il prof. Franco Chiarello, della Facoltà di Scienze Politiche, ha incentrato la sua relazione sugli aspetti sociali attuali, evidenziandone alcuni. In primo luogo, l’integrazione globale, dal punto di vista positivo, ha dato luogo a progressi nel Mediterraneo ma il rovescio della medaglia mostra una crescita accompagnata da poco sviluppo. La promessa delle riduzioni delle distanze, inoltre, non è stata mantenuta. In secondo luogo, il contesto nel quale sono trascorsi questi 10 anni dalla Dichiarazione è pieno di conclusioni astratte e impalpabili. In terzo luogo, la connessione sociale ha prodotto immigrazione, che dà un forte contributo alla società ma che può degenerare in episodi di protesta. Infine, l’atrofia del processo di Barcellona rappresenta una “curvatura economicistica” che ne ha provocato il blocco. È necessario perciò un cambiamento radicale delle politiche mediterranee per darvi seguito. Secondo il Prof. Chiarello il ruolo del Mezzogiorno dovrebbe essere quello di sfruttare il proprio ritardo per impostare al meglio il suo rapporto con i Paesi del bacino del Mediterraneo senza imporre un modello economicistico preesistente, creandone uno nuovo basato sullo sviluppo sostenibile.
L’intervento conclusivo del convegno è stato effettuato dal prof. Cosimo Notarstefano, membro del Polo Euro-mediterraneo “Jean Monnet”, che ha presentato i punti della prossima Con-ferenza sul Partenariato, fiducioso della dinamica innestata 10 anni prima. Tali punti sono i seguenti: a) per quanto riguarda i diritti umani e la democrazia, la questione della posizione della Turchia e delle nuove adesioni in Europa; b) le future riforme sulla crescita e lo sviluppo sostenibile, valutando le conseguenze della crescita demografica nel Mediterraneo meno sviluppato; c) nell’ambito dell’istruzione e della formazione si pone l’attenzione sullo scambio interculturale specie con quei Paesi che, avendo subito il colonialismo, hanno bisogno di più strumenti per sviluppare in loco una migliore conoscenza.
Pasquale Satalino ha concluso il convegno auspicando che le politiche di prossimità effettuate nei confronti dell’Est europeo possano estendersi all’area del Mediterraneo.
 
 
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