A 10 ANNI DAL PROCESSO DI BARCELLONA, L'ASSEMBLEA EUROMEDITERRANEA ADOTTA UNA DICHIARAZIONE CHE RACCOMANDA UNA " ALLEANZA DELLE CIVILTA' " - Sud in Europa

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A 10 ANNI DAL PROCESSO DI BARCELLONA, L'ASSEMBLEA EUROMEDITERRANEA ADOTTA UNA DICHIARAZIONE CHE RACCOMANDA UNA " ALLEANZA DELLE CIVILTA' "

Archivio > Anno 2005 > Dicembre 2005

di Paolo MEUCCI (Vice Direttore Ufficio per l'Italia - Parlamento europeo)    
L'Assemblea parlamentare Euro-mediterranea (APEM), è la più recente delle Istituzioni create nel quadro del Processo di Barcellona di cui si celebrano i 10 anni. È stata istituata a Napoli il 3 dicembre 2003 per decisione della Conferenza ministeriale del Partenariato Euro-mediterranneo, con competenze di carattere consultativo. Essa è composta da 240 membri, di cui 120 européens (75 provenienti dai Paralmenti Nazionali dell’UE et 45 del Parlamento Europeo) e 120 dei Parlamenti Nazionali dei Paesi Mediterrannei partners dell’UE.
Proprio in occasione dei 10 anni del Processo di Barcellona, l’Assemblea APEM ha concluso la sua sessione straordinaria, il 21 ottobre, a Rabat, adottando una dichiarazione finale che Josep Borrell, Presidente del Parlamento europeo e Presidente in carica dell’APEM, è incaricato di consegnare il 28 novembre al vertice Euro-mediterraneo di Barcellona. I membri del Parlamento europeo e dei Parlamenti degli Stati membri dell’UE e dei Paesi partner hanno “proclamato il loro fermo impegno a contribuire a perseguire gli obiettivi del processo di Barcellona” e vi affermano che “il dialogo parlamentare Euro-mediterraneo costituisce un potente strumento del processo” ed è atto a dare un “valore aggiunto alla diplomazia governativa o multilaterale classica”. Il compito principale per il prossimo decennio, secondo l’APEM, consisterà nel ridurre le frustrazioni che generano pericoli (flussi migratori incontrollati, incomprensione, terrorismo, ecc.) che sono provocate dalle differenze di sviluppo in un’area che il Presidente Borrell ha definito “una delle meno egualitarie del mondo”. Nella dichiarazione si afferma: “i cittadini di quell’area sono preoccupati per il fatto che il diritto alla pace ed alla democrazia, alla sicurezza, alla prosperità economica ed al progresso sociale non è alla portata di molti tra loro”. In dieci anni, il “divario economico è cresciuto ancora di più” e bisogna agire rapidamente per fare in modo che non si trasformi in “frattura permanente”. Per affrontare il problema, l’APEM intende esercitare pressioni sui Paesi membri affinché facciano di tutto per favorire le condizioni della prosperità economica e sociale e, soprattutto, affinché si impegnino più decisamente sulla via delle “riforme” in tutti i campi. Insiste anche sulla ricerca più attiva di soluzioni dei conflitti che oberano il futuro dei popoli della zona, su una lotta coordinata contro gli estremismi e contro il terrorismo e sull’impegno nei confronti dei trattati di non proliferazione e nei consessi giudiziari internazionali (TPI). Occorre inoltre, si legge nella dichiarazione, “promuovere una cultura di tolleranza” e “mobilitare tutte le parti in causa (...) per lottare contro il razzismo e la xenofobia, ivi compresi l’antisemitismo e l’islamofobia, e, sulla base del patrimonio culturale comune e del rispetto della diversità”, “arrivare ad una vera e propria alleanza delle civiltà”.
All’apertura della sessione, il Presidente del Parlamento marocchino, Abdelwahed Radi, aveva insistito sulla priorità da attribuire al problema dell’immigrazione clandestina e al rispetto dei diritti dei migranti legali, nonché sulla necessità di attribuire risorse adeguate ai progetti e alle iniziative lanciate nel quadro di Barcellona. Le riforme richieste dalla parte europea, ma che alcuni paesi partner hanno avviato di propria iniziativa, “continuano a dipendere da un sostegno costante e da incentivi economici”, ha detto Radi, che ha parlato anche della politica di vicinato, un tema sul quale la Commissione viene interpellata molto spesso e invitata a chiarire questa politica nei confronti del processo di Barcellona. Questa politica nuova “deve avere un contenuto concreto ed essere integrata” nel quadro di Barcellona, ha affermato. Dal canto suo, il Presidente Borrell ha fatto un bilancio non troppo positivo del processo di Barcellona, insistendo nel contempo sulla dinamica creata, ma anche sui numerosi ostacoli che l’hanno frenata e sul fatto che non ha permesso di risolvere il conflitto in Medio Oriente, innanzitutto, ma anche il problema del divario di sviluppo sempre maggiore (“eppure, ci sono stati notevoli trasferimenti di fondi pubblici dall’Europa”), le lungaggini nelle riforme nei paesi partner (senza “voler dare lezioni a nessuno (...), si tratta di creare le condizioni giuste ed efficaci per un Mediterraneo prospero tanto sul piano economico, quanto su quello politico”). Sul problema dei flussi migratori, Borrell ha osservato: “il sogno europeo è fermo all’interno dell’UE, ma continua a far sognare milioni di candidati all’immigrazione (...). Se non vai verso il Sud, il Sud verrà a casa tua, illegalmente o clandestinamente”. Questo dibattito, che mette in evidenza la necessità di una “politica europea d’immigrazione” e di “politiche nazionali di inserimento degli immigrati” è “parte integrante del dibattito sul modello sociale europeo”, ha ritenuto Borrell che, per “rilanciare” il processo di Barcellona, esorta in particolare ad attribuire più attenzione al funzionamento democratico della società e ai diritti umani, alla risoluzione dei conflitti, al clima propizio per gli investimenti, all’istruzione (specialmente delle donne) e alla creazione di posti di lavoro.
A nome della Commissione europea, Viviane Reding ha tentato di calmare le preoccupazioni riguardo ad una diluizione del processo di Barcellona nella politica di vicinato. Ha messo in primo piano anche l’importanza delle tecnologie della comunicazione in quanto vettore di sviluppo. Nell’insieme, ha insistito sulla necessità di progredire in modo più spedito sulla via delle “riforme politiche, economiche e sociali”: la Commissione, ha detto, è pronta a fornire un aiuto. Questa esortazione è stata ripresa da un rappresentante della Presidenza del Consiglio, che ha detto: per rinvigorire il processo di Barcellona, “una sola chiave, le riforme”, (ricordiamo che il Parlamento britannico è l’unico che non partecipa all’APEM).
Questo incontro è stato particolarmente importante, in quanto anche i più accesi fautori di Euromed ammettono che esso non ha soddisfatto del tutto le aspettative. Come già ribadito la risoluzione adottata dal Parlamento europeo il 27 ottobre scorso a Strasburgo affermava che “il bilancio (...) a dieci anni dalla sua creazione è ambiguo, visto che da un lato sono stati ottenuti numerosi successi, ma, dall’altro, resta ancora molto da fare per realizzare le piene potenzialità offerte dalla Dichiarazione di Barcellona."
Anche per questo, lo stesso ordine del giorno del Vertice di Barcellona probabilmente dovrà affrontare una serie di aree tematiche, fra cui: le misure per creare una maggior cooperazione politica fra l’UE e i paesi del bacino del Mediterraneo; una maggiore cooperazione economica, in particolare con riferimento alla liberalizzazione degli scambi dei prodotti agricoli e infine il maggior peso accordato alla società civile, tramite l’istruzione e gli scambi culturali. Oltre ad essere argomento di dibattito anche la lotta contro il terrorismo.
Speriamo che a Barcellona rappresenti un nuovo momento di "rilancio" del Processo, utile anche all’Europa per riaffermare i Principi su cui si basa l’Integrazione del Continente.
 
 
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