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50 ANNI DAI TRATTATI DI ROMA: A CHE PUNTO E' L'INTEGRAZIONE EUROPEA?

Archivio > Anno 2007 > Giugno 2007
di Ennio TRIGGIANI    
Questo numero di SudInEuropa raccoglie gli interventi degli autorevoli partecipanti al Seminario di Scienze Politiche con cui l’Università di Bari ha voluto celebrare, con una approfondita riflessione sulle tematiche giuridico-istituzionali, i 50 anni dei Trattati di Roma. Mai come in questo ca-so, d’altronde, “fare il punto” sullo stato dell’integrazione europea appare utile alla luce della faticosa “ripresa” del processo di revisione realizzata grazie all’accordo politico raggiunto nel Consiglio dell’Unione Europea dello scorso 23 giugno.
Sono note le caratteristiche essenziali dei relativi esiti, concretizzatisi in una sorta di “parto gemellare” in quanto a fine anno dovrebbe essere firmato il Trattato di riforma contenente “due clausole sostanziali” modificanti sia il Trattato dell’Unione Europea, che manterrà il suo titolo attuale, sia quello della Comunità Europea che sarà denominato Trattato sul funzionamento dell’Unione, in considerazione della personalità giuridica unica di quest’ultima; per cui il termine “Comunità” sarà sostituito ovunque dal termine “Unione”. Ma il riferimento gemellare è altresì imputabile sia all’evidente alleanza fra Regno Unito e Polonia nel ruolo di frenatori provetti dell’integrazione, sia al ruolo significativo che in questa nuova alleanza giocano i due fratelli gemelli polacchi attualmente al potere. Questi ultimi hanno dimostrato tale scarsa “sintonia” con il senso storico e politico dell’Unione Europea da utilizzare sul tavolo della trattativa milioni di morti polacchi, dovuti alla follia hitleriana, per strappare a proprio favore un maggior peso nel funzionamento delle istituzioni.
La “Conferenza Intergovernativa” (CIG), chiamata a riunirsi a partire da luglio nel semestre di presidenza portoghese per redigere entro l’anno il testo dei due Trattati previsti, non potrà avere grandi margini di manovra, dovendosi limitare a riprendere i punti sopravvissuti dell’ormai defunto Trattato costituzionale di Roma, a modificarne in termini “peggiorativi” molti altri, ed a cassarne il resto. Ciascuno dei nostri lettori può del resto rendersene personalmente conto scorrendo il testo della decisione assunta dal Consiglio europeo, che abbiamo ritenuto utile pubblicare integralmente in questo numero.
Una considerazione generale, che può svolgersi dopo una prima rapida lettura di tale testo, è legata alla spasmodica volontà di eliminare qualsiasi riferimento che possa lontanamente richiamare una futuribile realtà statale europea e comunque un qualsiasi valore “costituzionale” dei testi adottati. È ben noto che il termine “Costituzione”, nel Trattato di Roma del 2004, era da considerarsi del tutto improprio limitandosi ad esprimere un auspicio, per quanto solenne. Ebbene, il Consiglio Europeo ha voluto cancellare ogni minimo accenno a termini in grado di evocare salti di qualità politici nel processo di integrazione. In proposito sfiora il ridicolo l’aver tolto “ufficialità” all’Inno alla gioia dalla Nona Sinfonia di Beethoven ed alla bandiera dell’Unione (le dodici stelle d’oro in campo blu) che, piaccia o non piaccia, sono ormai universalmente riconosciuti quali simboli dell’Unione; ed appare altrettanto ridicolo, ed ancor più grave, non consentire più di far chiarezza sulla portata degli atti normativi comunitari impedendo di chiamarli finalmente (quali sono in effetti) “legge” (il regolamento) e “legge quadro” (la direttiva); e così il “ministro degli affari esteri” viene ridefinito “Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”.
Altrettanto risibile appare il “contorsionismo” concettuale con il quale è stato cassato il riconoscimento testuale del “primato del diritto dell’Unione sul diritto interno” sostituito da una dichiarazione della CIG nella quale si ricorda la giurisprudenza costante della Corte di giustizia che ha fissato tale primato! Ed altrettanto dicasi a proposito della Carta dei diritti fondamentali, approvata a Nizza nel 2001, che non viene più integrata formalmente nei Trattati ma è oggetto di un rinvio da parte della norma (art. 6 TUE) dedicata ai diritti fondamentali. Non importa che alla stessa venga finalmente riconosciuto lo stesso valore vincolante dei Trattati, purché ciò non comporti l’estensione delle competenze dell’Unione; l’obiettivo infatti è il non sognarsi di pensare che un così importante catalogo di diritti, facendo corpo unico con il Trattato, possa richiamare lo schema redazionale tipico di una Costituzione.
Il faticoso compromesso raggiunto costituisce quindi un indubbio e grave passo indietro rispetto al testo adottato a Roma nel 2004, che pur era stato firmato dai governi degli allora 25 Stati membri e che pur aveva ricevuto la ratifica già di ben 18 di questi ultimi. Come si vede, l’oltranzismo estremista di alcuni settori della sinistra francese, causa decisiva del risultato referendario negativo, ha prodotto il bel risultato di un peggioramento, fra l’altro, proprio della tutela dei diritti fondamentali, anche quelli sociali, nel sistema comunitario.
Ciò premesso, è invece da rimarcare positivamente che comunque il processo di integrazione si è rimesso in moto, uscendo dalla situazione di congelamento in cui era stato posto e consentendo di introdurre elementi di innovazione interessanti. Si pensi, ad esempio, al valore comunque vincolante finalmente riconosciuto alla Carta di Nizza (per quanto con limiti di applicazione al Regno Unito); all’adesione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo i cui diritti fondamentali acquisiscono rango di principi generali nell’ordinamento dell’Unione; alle modifiche istituzionali ed in particolare all’estensione del potere di codecisione con un rafforzamento del ruolo del Parlamento Europeo; alla maggioranza decisionale in seno al Consiglio dei ministri (doppia soglia del 55% degli Stati e del 65% della popolazione) pur se con i rinvii temporali ottenuti dalla Polonia; alla Presidenza stabile dello stesso Consiglio ed al riconoscimento della personalità giuridica an-che per l’Unione Europea nei limiti delle proprie competenze; alle disposizioni in materia di uguaglianza democratica, democrazia rappresentativa e partecipativa, iniziativa dei cittadini; al mantenimento delle innovazioni in materia di cooperazioni rafforzate.
In conclusione, il tentativo, riuscito, da parte di alcuni Stati di togliere ogni simbolo idoneo a richiamare la dimensione sovranazionale del processo di integrazione europea (senza che ciò comporti peraltro conseguenze concrete sul piano normativo e della distribuzione dei poteri) sembrerebbe evidenziare una reazione rabbiosa che nasconde paura e debolezza rispetto ad un fenomeno la cui crescita può essere rallentata ma non fermata rispetto alla maggioranza degli Stati membri fra cui l’Italia. Questi, di fronte alle grandi sfide poste dal terzo millennio (catastrofi ambientali, penuria di risorse idriche ed energetiche, quotidiana lotta contro la fame per centinaia di milioni di persone, diffusione delle malattie, enormi flussi migratori, terrorismo, …), ritengono la risposta nazionalistica superata dagli eventi e dalla storia.
L’ampliamento dell’Unione è importante perché l’inestimabile valore della pace diventi conquista irreversibile per l’intero Continente; ma è ormai ora che l’idea di un’Europa a più velocità, a partire dal ricorso alla cooperazione rafforzata, cominci a concretizzarsi per consentire agli Stati meno legati a superati, ma purtroppo vivissimi, egoismi nazionalistici di sintonizzarsi con le esigenze della storia.
Per rendere più agevole il compito di questi Paesi è tuttavia indispensabile che il “progetto europeo” diventi patrimonio comune di un numero sempre più ampio di persone anzi di “cittadini europei”; ed in quanto tali potremmo sollecitare l’indizione di un referendum consultivo europeo sullo stato dell’Unione anche rispetto a questioni particolari come il valore ufficiale di inno e bandiera europei.                                                                                                                     
 
 
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