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FIDARSI DELL'EUROPA?

Archivio > Anno 2010 > Maggio 2010
di Ennio TRIGGIANI    
Il panico che serpeggia nei mercati fi­nanziari e negli Stati a seguito della grave situazione prodottasi in Grecia risponde alla logica delle note lacrime di coccodrillo. Naturalmente gli onnipresenti “benpensanti” ferventi tifosi del vecchio nazionalismo nonché, in Italia, gli incredibili nostalgici della nostra po­vera liretta del tempo che fu si abbracciano felici per trasferire sull’euro le responsabilità delle crisi in atto.
Si tratta del solito giochetto dello “scaricabarile”, unguento taumaturgico per sot­trarsi a precise ma inconfessabili proprie colpe. Ci si dimentica, infatti, che so­lo grazie alla forza di resistenza dell’euro il recente “default” finanziario globale non ha travolto Paesi dalla situazione pur sempre gracile, in virtù del poderoso deficit di bilancio, come l’Italia. La nascita dell’euro ha rappresentato uno dei pochi successi raggiunti negli ultimi anni dall’integrazione europea contribuendo in maniera decisiva ad assicurare stabilità e occupazione ed a difendere il potere d’acquisto dei cittadini. Il rischio è che, per quanto strumentalmente, anche la mo­neta unica venga additata come la solita inutile conquista dell’utopia. Utopico sarebbe stato invece riuscire per l’Italia ad evitare il fallimento, presente la liretta, ad esempio dopo il crac di Parmalat, Cirio ed Argentina.
In realtà, il delicato e preoccupante quadro aperto dalla crisi greca è fondamentalmente legato alla circostanza di aver lasciato il percorso a metà strada, il che vale in fondo per l’intero processo di integrazione. Già Ciampi, a suo tempo, aveva parlato della “zoppìa” di un governo della moneta lasciato pericolosamente scoperto alle spalle dall’assenza di un governo dell’economia. Per volgere in termini positivi la crisi diviene quindi necessaria una seria riflessione, almeno nell’Eurogruppo, sull’opportunità di tale governo economico europeo, partendo da un serio coordinamento del­le politiche di bilancio dei Paesi che lo costituiscono ed utilizzando lo strumento giuridico delle cooperazioni rafforzate.
In tal senso, l’aver consentito l’adesione alla moneta unica di Stati non in grado di soddisfare in termini rigorosi, come invece era accaduto nella fase iniziale, ai requisiti richiesti ed a garantirne il mantenimento si è rivelato un errore proprio in ragione dell’incapacità politica di rafforzare collaborazione e coordinamento delle politiche economiche fra i Paesi dell’Eurogruppo. In altri termini, ciascuno di essi avrebbe dovuto sentirsi nel contempo responsabile e garante del sistema creato in una visione coerente con il processo di integrazione.
Non è d’altronde possibile che il destino dello sviluppo di centinaia di milioni di persone debba essere dipendente, in misura così accentuata, da speculazioni finanziarie prive di regole ed indifferenti, nell’interesse di pochi, alle gravi conseguenze sociali che ne derivano. Il nuovo modello di sviluppo europeo, così spesso evocato (o invocato?), oggi non può più prescindere, per raggiungere i suoi obiettivi a partire da quelli della solidarietà e della qualità del lavoro, da un governo comune dell’economia.
Per fortuna, messa “sotto pressione” l’Unione ancora una volta, meglio tardi che mai, ha mostrato di saper reagire. I ministri delle Finanze dell’UE hanno adottato l’11 maggio scorso, ai sensi dell’art. 122 par. 2 del TFUE, il Regolamento 407/2010 che istituisce un meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria di “pronto intervento” per un importo totale fino a 500 miliardi di euro. Esso, fondato altresì su di un accordo intergovernativo fra gli Stati dell’Eurozona, consente ai Membri che si trovano in difficoltà, a causa di circostanze eccezionali che sfuggono al loro controllo, di beneficiare dell’assistenza finanziaria poiché tali circostanze potrebbero rappresentare un grave deterioramento della situazione economica e finanziaria internazionale. L’intervento prende la forma di un prestito o di una linea di credito concessi allo Stato membro interessato, per cui la Com­missione è autorizzata, nel momento più opportuno, a contrarre prestiti per conto dell’Unione europea sui mercati dei capitali o con le istituzioni finanziarie, in modo da ottimizzare i costi del finanziamento e salvaguardare la propria reputazione di emittente dell’U­nio­ne sui mercati.
Inoltre gli Stati membri della zona euro hanno adottato una decisione che li impegna, ove necessario, a rendere disponibili ulteriori risorse mediante l’istituzione di una “società veicolo” speciale (special purpose vehicle). La società veicolo sarà garantita dagli Stati partecipanti, in conformità ai rispettivi ordinamenti costituzionali, sulla base delle quote nel capitale della BCE mettendo a disposizione fino a 440 miliardi di euro, e scadrà dopo tre anni; è inoltre prevista la partecipazione del FMI con una quota pari ad almeno la metà del contributo europeo.
Di conseguenza il 12 maggio 2010 la Commissione ha presentato una comunicazione sul “Rafforzamento del coordinamento della politica economica” (COM(2010)250), con cui vengono formulate proposte per rendere più efficace il funzionamento del Patto di stabilità ed estendere il meccanismo di vigilanza degli squilibri macro-economici. Finalmente viene pertanto varato un nuovo sistema rafforzato di coordinamento e vigilanza sui bilanci al fine di porre mano alle misure necessarie rispetto alla drammaticità del momento. Viene quindi op­portunamente cambiata la “filosofia” del Patto di stabilità basandone la garanzia di mantenimento più che sul profilo “repressivo”, e cioè della sanzione a posteriori, su quello “preventivo”, come si conviene a tutela della salute in generale, attraverso la sorveglianza sui conti pubblici dei singoli Stati in funzione della loro sostenibilità.
La speranza è ora che i governi, nello spiegare ai propri cittadini il significato e l’inevitabilità dei relativi provvedimenti, facciano definitivamente chiarezza evitando di scaricare sull’euro responsabilità che non ha (e non ha mai avuto) ed anzi ne sottolineino il ruolo ormai indispensabile ed irrinunciabile nell’ambito di un mercato unico da perfezionare ulteriormente. Se mai l’impegno di ogni Stato dovrebbe essere diretto a sostenere spese in grado di creare valore aggiunto, crescita e inclusione sociale senza penalizzare le fasce più deboli della popolazione.
In questa direzione è indubbio che un ruolo importante debba essere giocato dal Parlamento europeo. La riforma di Lisbona ha finalmente attribuito all’istituzione rappresentativa dei cittadini dell’Unione ruolo e poteri che ad essa competono; si tratta ora di dimostrare la capacità politica di utilizzarli fino in fondo anche rispetto ai governi degli Stati membri.
Il Parlamento europeo ha oggi una responsabilità particolare proprio in quanto rappresenta quei cittadini che hanno consentito il salvataggio dal collasso dei mercati finanziari grazie al loro contributo ed alle garanzie dagli stessi fornite. Esso deve pertanto convincere i governi che la creazione di un vero governo dell’economia è indispensabile in quanto l’unico in grado di gestire rapidamente ed in maniera flessibile situazioni in rapido e continuo mutamento.
Oggi più che mai è, infatti, necessario fidarsi dell’Europa, perché gli scenari derivanti d un suo fallimento o anche ridimensionamento sono difficilmente prevedibili ma sicuramente avventurosi ed estremamente pericolosi.
 
 
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